Albenga non è solo un luogo geografico, ma ha un’anima antichissima che si fa volentieri accarezzare, e che è soprattutto gravida di futuro. La più ampia pianura della Liguria generata dal dio Centa, (chiamata nel passato, per la sua estensione appunto, piano lombardo ligure), e in essa la città di Albenga, ha una lunga storia (ben più lunga degli 800 anni di Berlino...), che affonda le radici alle basi delle sue innumerevoli colline e collinette che continuano imperterrite a farle da stupendo anfiteatro.

Numerosi sono, nel corso dei secoli, gli scrittori, gli storici, i viaggiatori che sono stati colpiti dal fascino particolare di Albenga e dei suoi dintorni. Imbarazzante è soltanto la scelta.

A cominciare da Livio, per cui poche città italiane, nessuna ligure, possono vantare più gloriose memorie inserite nelle sue pagine; e per continuare poi con Strabone, Aurelio Vittore, Giulio Capitolino, Pomponio Mela.

Per l’epoca moderna, prendiamo De Brosses, cui Albenga, 1739, appare molto graziosa, “pavimentata per tutta la sua lunghezza di ciottoli, di diversi colori, ordinati in modo da rappresentare animali, trofei, fogliame”.

Per Smollet 1764, ad Albenga si coltiva abbondantemente la canapa.

Nel 1787 Jefferson, presidente degli Stati Uniti, da buon americano valuta le entrate del vescovo di Albenga a 40 mila dollari, ma osserva da altrettanto buon naturalista: “ci sono usignoli, beccafichi, ortolani, fagiani, pernici, quaglie...; vino, olio, fichi, arance, aragoste, granchi, ostriche, tonni, sardine, acciughe; ulivi, fichi, gelsi, vigne, grano, fagioli e pascoli”.

Dello stesso periodo, abbiamo la testimonianza, piena di comprensione simpatetica della contessa di Genlis scrittrice e pedagogista, che soggiornò in quel tempo a Lusignano, frazione di Albenga; dotata di un’educazione liberale, espose la sua dottrina pedagogica nell’opera “Adèle e Theodore”, del 1782, romanzo scritto in gran parte proprio a Lusignano dove fa largo posto a motivi roussoniani; aveva simpatizzato per la rivoluzione ma finì per combattere la filosofia dell’enciclopedismo e Voltaire. Appunto nell’ “Adèle e Theodore”, dipinge un vero Eden nelle valli di Albenga: “tutto ciò che vi si vede è piacevole, là si vedono le vere pastorelle, mentre le contadine francesi fanno invece molta pena e sembrano veramente in cuffia da notte. Tutte le giovani albenganesi hanno i capelli ornati con corone di fiori naturali, poste sulla testa sul lato sinistro; esse sono molto graziose, e soprattutto notevoli per l’eleganza del loro portamento”.

Ségur, lo storico che ha vissuto l’epopea napoleonica scrive “ad Albenga i generali di divisione fra cui l’Argenteau, soldataccio eroico e grossolano... arrivano maldisposti per il piccolo parvenu... con un aspetto misero e una reputazione di matematico e sognatore. Vengono introdotti, e Bonaparte li fa aspettare. Compare finalmente; saluta e si rimette subito il cappello in testa, spiega le sue disposizioni, impartisce i suoi ordini e li congeda”.

Il regista Gance, nel 1925-27, porrà ad Albenga, come inizio della campagna d’Italia il quartier generale di Napoleone per il film che rimarrà famoso.

Siamo nel 1834, e Davide Bertolotti, nel suo Viaggio nella Liguria marittima non esita a scrivere: “nella prosperevole valle di Albenga, la più spaziosa della Liguria il gaio melograno forma le siepi che ridono dei purpurei fiori; le viti pendono dagli olmi e fanno eleganti ghirlande di pampini; i prati sono smaltati di gigli e di viole; i pioppi e i salici circondano gli orti pieni di erbaggi; il fico si accompagna col gelso; la canapa, cresciuta altissima, ondeggia a piacere del vento; il grano, rendendo 12 e perfino 16 volte la semente, largamente appaga le speranze dell’agricoltore”. Per l’autore ottimista, l’aratro usato nell’albenganese è uno strumento tanto leggero che appena merita quel nome.

Qualche decennio più tardi D’Azeglio s’interroga: “le marine di Albenga... di Sorrento, d’Amalfi splendono forse meno di quelle d’Etretat e di Trouville?”.

A Töpffer, 1848, la popolazione ingauna appare molto piacevole a vedersi, in armonia con il cielo terso, la natura ornata di colori meravigliosi e di luce argentea “non solo abbiamo raggiunto la regione degli ulivi, esposti su fasce da ogni parte sulle rocce... ma nei muri vediamo sparse e magnificamente prospere una quantità di piante grasse”.

Per Alford, ancora, 1869 Albenga è come una rivelazione “meravigliosa, antica città con la sua corona di tredici torri... tutto è straordinario... c’é una piazzetta curiosa, la piazza dei leoni... il lato ovest della cattedrale ha strani intagli, nodi ecc.”.

Chi, 1887, è addirittura al colmo dell’entusiasmo è Liègeard: “attraversiamo le acque chiare (sic) del Centa, superiamo le vecchie mura annerite della patina del tempo...”, e qui precisamente esclama: “Salve Albenga!”, affascinato dalla caratteristica feudale del centro storico, dalle alte torri quadrate in rossi mattoni, mentre rondini, rondoni, e anche cornacchie e anche falchi e falchetti in quel di Vadino, in ampi cerchi da vertigine lanciano i loro stridii nelle sere d’estate.

Sul finire dell’ ‘800 ed inizio ‘900, il circondario di Albenga fu colpito e danneggiato pesantemente da gravi piene (“büe”), esondazioni si direbbe oggi, del fiume Centa; i contadini per esempio nella regione Vadino furono costretti a stare a cavalcioni, anche per tre giorni, sulle finestre del primo piano delle case, perché l’acqua copriva le ‘topie’. Contemporaneamente una violentissima mareggiata, forse causata dall’ostro, distrusse lo stesso cimitero, come nave pronta ad essere varata sul litorale di Vadino, sicché il Comune lo fece ricostruire all’interno, a Leca. Ancora agli inizi del ‘900, la piena cioè la “büa” (evidente voce onomatopeica che indica significativamente il boato che precede l’ondata di piena, essendo la pericolosità del Centa dovuta al suo regime violentemente torrentizio e soprattutto all’esteso bacino pluviale, di più di 440 Km2) veniva preannunciata dal suono del campanone civico, una prima volta limitato nel tempo, nei casi meno gravi; invece si suonava in continuazione a martello, allorché la situazione era effettivamente grave. Non sarebbe al giorno d’oggi il caso di ripristinare questa buona abitudine, mediante l’uso di sirene, visto che sul finire del 2000 le alluvioni, non solo in Liguria, si susseguono con ritmo impressionante?

Da ricordare inoltre che in Via Roma, allora la principale strada di Albenga, dove attualmente si sta restaurando il Palazzo Oddo, gli asini, per salvarli dalla piena, venivano fatti salire al primo piano delle case, mentre nel contempo alle porte della città venivano poste le famose “stracquaüe”, cioè paratie che avrebbero dovuto fermare l’acqua.

Tra l’altro, gli Statuti Comunali di Albenga anche quelli del 1288, e poi più volte riformati, imponevano più volte l’anno, alla popolazione, senza distinzione di sesso e di età, il lavoro obbligatorio nel letto del fiume Centa per tenerlo in ordine. Oltre a  ciò, la piana di Albenga era ricca di grandi laghi, il Burrone, l’Antognano, la Lionetta, il Lago del Serpente, il lago Perseghini, ecc., dove prolificavano le tinche e le carpe che talvolta raggiungevano il peso di oltre 5 Kg., i laghi servivano da naturali enormi polmoni del fiume Centa, attenuando così la sua violenta furia distruggitrice.

Per quel che riguarda la storia dell’agricoltura di Albenga, occorre ricordare che sul  finire dell’ ‘800, venivano periodicamente tenute Lezioni di aggiornamento da parte di cattedratici dell’Università di Genova e di Torino, una sorta insomma di Università popolare; e che nel 1912 fu fondata da Felice Chiesa la Federazione agricola per il trasporto dei prodotti della terra nelle città dell’Italia settentrionale; essa fu, in senso cronologico, una delle prime cooperative italiane. Tornando agli anni attuali si può dire che già nel 1970 comincia ad introdursi nella piana di Albenga la floricoltura che raggiunge l’apice già negli anni ’80; attualmente la floricoltura con la “vaseria” in genere delle erbe aromatiche raggiunge il 90% dell’intera produzione, relegando pertanto agli ultimi posti i prodotti tradizionali, quali i carciofi, gli asparagi, le carote, i pomodori.

La piana di Albenga lentamente si sta trasformando in un enorme giardino, o meglio in numerosissimi giardini, dove per ora prevale l’interesse culinario e quindi commerciale, ma che col tempo, si spera, verrà sempre più apprezzato il loro fascino decorativo. Dai giardini sacri, dei giardini farmaceutici del passato si dovrebbe gradualmente passare a coltivare sempre più numerose piante aromatiche per motivi decorativi ed estetici. Il nostro migliore augurio, anche a costo di ripeterci, è che si possa in qualche modo ritornare al quadro idilliaco tracciato da Davide Bertolotti nel 1834, nel suo “Viaggio nella Liguria marittima”: “Nella prosperevole valle di Albenga, la più spaziosa della Liguria, il gaio melograno forma le siepi che ridono dei purpurei fiori; le viti pendono dagli olmi e fanno eleganti ghirlande di pampini; i prati smaltati di gigli e di viole, i pioppi ed i salici ornano gli orti, pieni di erbaggi; il fico si accompagna col gelso ...”.

E le tinche e le carpe tranquille pascolavano nei grandi laghi..., garantendo così il miglior grado di umidità necessario a tutta la piana che naturalmente è e rimane la più ampia della Liguria.

Un altro augurio è che Albingaunum, dopo il luminoso esempio di Lamboglia, ritorni ad essere un centro importante della ricerca archeologica italiana, svolta in modo sistematico, anche di quella sottomarina, se è vero, come è vero, quanto scriveva Livio, per cui poche città italiane, nessuna ligure, poteva vantare più gloriose memorie inserite nelle proprie pagine.